Sonata
Sonata
Titolo
Organico
Per due clavicembali
Partitura
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Ed. Ricordi
Note di programma
È al momento del proprio “darsi” all’ascolto che anche questa mia Sonata guarda come a quella fondamentale occasione che le è concessa per “dire” di sé stessa ciò che altrimenti non è raccontabile.
Non si può narrare una vicenda sonora, né dire in altro modo quelle immagini e quelle fantasticherie che, nel corso del lavoro compositivo, sono andate via via prendendo forma e che ora, per questo, si danno all’ascolto.
Per me, infatti, lo sforzo di dare forma al fluire delle immagini sonore è ciò che può imprimere ad esse quella energia e quella pregnanza comunicativa necessarie perché infine possa esservi ascolto, e quindi produzione di senso: apparire, forse, del “nuovo”.
I processi di trasformazione, i nessi e le relazioni tra gli elementi, il procedere della vicenda sonora secondo modalità costruttive a volte vicine ad alcune tecniche cinematografiche, e altri modi ancora di articolare il linguaggio, agiscono qui con l’intento di dare vita alla materia sonora e di renderne con ciò possibile l’incontro, comunicativo, con l’atto percettivo.
Solo ad un certo punto del lavoro compositivo mi sono accorto che, ad animare gli elementi musicali e ad imprimere energia all’articolazione di ciò che stavo costruendo, c’era anche la presenza, tra le molte che abitano la mia memoria, della energia impressionante della Grosse Fuge di Beethoven, dell’incandescenza di quella materia sonora animata da un procedere formale “parlante” di grande efficacia comunicativa: forse sin dal suo avvio il mio lavoro ha mirato a sfiorare una tale “aggressività espressiva”. D’altra parte credo di avere sempre associato il suono del clavicembalo a qualcosa di molto aggressivo e tagliente: era inevitabile l’incontro con il lontano passato della Grosse Fuge (della quale alla fine compaiono addirittura pochi, stravolti, frammenti) e forse anche con quello più recente del X Klavierstück di Stockhausen. Altro modo non ha per me il “nuovo” di comparire se non affidandosi alla riappropriazione del passato: salvandolo, infine, proprio nell’atto di reinventarlo e di rilanciarne l’energia del pensiero che l’ha reso possibile. Buon ascolto.
Paolo Perezzani © 1993
