Folly for to…
Folly for to…
Titolo
Audio
Pianoforte: René Eckhardt
(registrazione dal vivo a cura del Muziekcentrum De Ijsbreker)
Note di programma
In questa composizione, attraverso una sorta di “contrappunto” che si viene a creare tra l’evolversi delle direzionalità e delle velocità di diversi processi di trasformazione, la materia sonora, prendendo forma, aspira a mutarsi in materia sonora vivente.
Impossibile qui elencare e raccontare tali trasformazioni, che riguardano sia gli elementi compositivi – le loro caratteristiche ma anche il loro modo di comparire e di rapportarsi reciprocamente, organizzandosi in figure – sia i principi costruttivi e organizzativi che governano l’intera struttura di Folly for to….
Lo stesso rapporto tra elettronica e pianoforte si trasforma ed evolve nel corso del pezzo. All’inizio l’esecutore sembra soprattutto dominato dai suoni-segnale che provengono dalla parte registrata: essi agiscono come voce fuori campo e il pianista pare quasi eseguire meccanicamente degli ordini, attivato da una sorta di interruttore.
A partire da questa situazione – che può ricordare alcuni aspetti del teatro di Samuel Beckett – a poco a poco il rapporto diventerà più equilibrato, finché entrambi arriveranno a contribuire alla costruzione di un unico suono e all’interno di un’unica organica articolazione (d’altra parte per la realizzazione della parte elettronica sono stati utilizzati soprattutto suoni pianistici) che, più avanti, giungerà di nuovo a spezzarsi, restituendo autonomia e riconoscibilità ai due ruoli.
Accanto a questa “vicenda”, a partire dall’inizio anche altri aspetti della composizione incominciano a trasformarsi: il suono del pianoforte si avvia ad assumere caratteristiche simili a quelli di una campana, i primi ribattuti acutissimi iniziano a scendere, acquistando nel frattempo una dimensione accordale, per poi accelerare la loro discesa fino ad oltrepassare, in una sorta di virtuosismo delirante, le possibilità esecutive umane (un po’ come avviene in alcuni momenti della musica di Conlon Nancorrow).
Intanto gli stessi suoni-segnale iniziali incominciano a mutare, nel corso di una progressione non lineare, fino a modificarsi in “click” di macchina fotografica che poi entreranno più avanti – e non solo in veste di “interruttori” – nell’articolazione complessiva, mentre altri suoni, via via sempre più imprevedibili (una campana, un vetro infranto, un flauto, ecc.) andranno a sostituirli assumendo, ma anche trasformando, la loro originaria funzione.
Non è davvero possibile dire in altro modo, tradurre, ciò che si dà all’interno di una articolazione la cui complessità, in questa composizione, diventa essa stessa uno degli aspetti in continua trasformazione: per questo si alternano zone più ordinate e altre in cui pare predominare un certo disordine di tipo caotico (si può forse parlare di caos deterministico?).
Ad un certo punto pare addirittura che le trasformazioni arrivino a superare i limiti stessi entro cui sino ad allora avevano oscillato: sembra perciò di assistere ad una sorta di deriva delirante di quasi tutti gli aspetti compositivi che sin qui avevamo potuto seguire nelle loro progressive evoluzioni e trasformazioni.
Al primo comparire del suono fortissimo e inquietante di un vetro infranto entra in scena un inaspettato suono di flauto, poi ritornano i click di macchina fotografica, ormai svincolati dalla loro primitiva funzione di segnale, e, in un contesto dinamico che arriverà a superare tutte le intensità udite sino a questo momento – in questa zona l’intensità del Tape supera e in parte copre quella del pianoforte dal vivo – compaiono altri frammenti sempre più inaspettati e sorprendenti: il suono di una chitarra, di un clarinetto basso, un breve frammento orchestrale, l’urlo di una voce, il sussurro di altre voci (che avevano già fatto una loro prima misteriosa comparsa). Superata qualsiasi logica di tipo narrativo, la costruzione acquista qui un modo di procedere “a finestre” attraverso l’introduzione di altri suoni-segnale (o suoni-interruttore) – e non solo nella parte su nastro – in grado di produrre dei veri e propri tagli, da cui fuoriescono brevi situazioni (cinematograficamente si direbbe: fotogrammi) sempre più imprevedibili.
La conclusione di questo episodio comporterà una ulteriore e definitiva trasformazione: comparirà un modo di procedere parlante, nella zona grave del pianoforte e, tra la parte registrata e lo strumento dal vivo sembrerà instaurarsi un nuovo rapporto di imitazione e di echi reciproci, forse di dialogo, interrotto ancora da pochi residui (finestre) provenienti dalla densità della situazione precedente.
La parte elettronica non prevede alcun intervento in tempo reale e poiché, sia nella parte registrata che in quella dal vivo, vi sono diverse trasformazioni agogiche (accelerandi, rallentandi), in partitura è stato necessario introdurre diversi riferimenti relativi allo scorrere temporale del nastro e lo stesso schema generale della parte elettronica è riportato sullo spartito per pianoforte. D’altra parte in un contesto tanto articolato sarebbe stato forse più complesso prevedere un gran numero di interventi di regia del suono durante l’esecuzione.
Il titolo è tratto da What is the word di Samuel Beckett: testo che ho recentemente utilizzato in All for company, cantata scenica per tre voci femminili. Rimanda a qualcosa come il desiderio o la smania di anelare ad un dire altrimenti indicibile, un dire per il quale ci manca, appunto, la parola. È lo stesso dire che questa musica vorrebbe sfiorare, quando, aspirando ad un proprio darsi all’ascolto e per l’ascolto, desidererebbe da quest’ultimo ricevere il definitivo contributo al proprio apparire.
Che, infine, il “for to…” del titolo sfiori anche la pronuncia di un “for two” – il quale, contribuirebbe così a indicare per la parte elettronica e per il pianista la compartecipazione ad una comune smania per una tale slancio comunicativo – mi è sembrata una accidentalità da accogliere: in fondo il progetto compositivo era partito proprio dall’intento di costruire un rapporto che legasse in maniera organica l’agire “parlante” dei due protagonisti di questo lavoro.
Paolo Perezzani © 2002
Folly for to…è stato commissionato dall’Amsterdam Fund for the Arts ed è dedicato a René Eckhardt.
Altro
Altre esecuzioni:
14 marzo 2009, Suzzara. Auditorium, Tempo d’Orchestra OCM. Interprete: Maria Grazia Bellocchio
