What is the word (omaggio a Samuel Beckett)

Titolo

What is the word (omaggio a Samuel Beckett)

Organico

Per sei voci. Testi di Samuel Beckett

Anno

2018

Commissione di Milano – Musica con il sostegno della Ernst von Siemens Musikstiftung

Prima esecuzione

Milano, 26 novembre 2018 Chiesa di San Marco. Milano Musica.

Interpreti: Les Cris de Paris; direttore: Geoffroy Jourdain

Partitura

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Ed. Rai.Com

Note di programma

Il buio inziale, la voce fuori campo, la luce fioca dei leggii (così la descriverebbe Beckett), i cantanti intorno al pubblico: alcuni aspetti di questo lavoro richiamano la radicale essenzialità dell’estremo teatro beckettiano. D’altra parte è quasi impossibile e soprattutto inutile tentare una classificazione per generi degli ultimi testi del grande scrittore e drammaturgo irlandese: hanno tutti qualcosa del copione teatrale, così come quelli per il teatro o quelli narrativi paiono organizzarsi in un periodare affatto poetico o addirittura già musicale (per la loro ossessività allitterativa si è anche parlato di essi come di “prose fonografiche” o “partiture in attesa di essere eseguite a viva voce”).

Anche per questo, qui non si vorrebbe né “accompagnare”, né “commentare” quelle strutture ritornellanti sugli “abissi di silenzio” (Deleuze), ma piuttosto creare le condizioni affinché il dire del linguaggio estremo di Beckett possa manifestare ancor più la propria forza e aprirsi all’ascolto.

Dapprima, sopra il buio silenzioso dell’inizio – in realtà già abitato dal pulsare lentissimo e profondo delle tre voci maschili (una sorta di rantolo) – compare la voce fuori campo, poi, proprio da quel pulsare emergeranno altri suoni vocali: in forma di respiro, di sussurro, di urlo, di canto, o in forma di parola (alcune delle modalità, tra loro piuttosto adiacenti, attraverso cui al corpo è data la possibilità di esporsi e di toccarci).

Alla fine, conclusa l’irruzione della smania (“folly for to”) di What is the word, più che ad un finale assistiamo piuttosto ad un suo infinito posticiparsi, nel corso del quale compaiono ancora dei brevi frammenti di testo (tratti da Mal vu mal dit) la cui forza è ora quella di un dire ormai ultimo, o costantemente penultimo (è la forza del dire estremo di Beckett). Il rientro nel nulla (o del nulla) avviene così per aspirazione (“Le temps d’aspirer ce vide. Connaître le bonheur”), o per risucchio: verso un mai completo e in realtà impossibile silenzio.

Solo in qualche momento potrebbero apparire riconoscibili alcuni riferimenti al finale della Nona Sinfonia di Mahler, ma è comunque con qualcosa di quel modo di dare forma al procedere – o al cedere – di uno spegnimento che questa composizione ha trovato una delle possibilità per accompagnare la propria immagine (o il proprio esporsi) a prolungare infinitamente il suo movimento di rientro nel silenzio.

In realtà, quando infine si spegneranno le luci dei leggii, anche questa “aspirazione del vuoto” si interromperà (più che concludersi); per l’ascoltatore potrà però forse valere ciò che Gabriele Frasca ha scritto a proposito del lettore di Mal vu, mal dit: “L’immagine…finalmente aspirata, diverrà inevitabilmente una delle sue immagini (è dentro di sé che l’aspirerà)”.

Paolo Perezzani © 2018

Estratto dal testo di presentazione di Gianluigi Mattietti

Ciò che lega la musica di Paolo Perezzani a quella di Kurtág è la comune passione per Beckett. Quei testi così pieni di elementi musicali sono, per il compositore mantovano così come per Kurtág, veri e propri modelli compositivi, per le ricorrenze foniche, per il gioco delle simmetrie, per le fratture ritmiche, per le invenzioni di nuove parole, per l’uso della punteggiatura. Nel 1997 Perezzani ha composto Un beau jour (1997), scena musicale immaginata nel retropalco di Finale di partita, quella cucina dove entra ogni tanto Clov (attore), richiamato da un fischietto, e poi Hamm (baritono), in sedia a rotelle, che canta, urlando il suo monologo (dalle Mirlitonnades). Su testi di Beckett sono basati anche la cantata scenica All for company del 2001 (il quarto movimento è basato sulla poesia What is the word) e Brume lumière del 2005 (da Mal vu mal dit). La nuova composizione, What is the word, è una rielaborazione per sei voci del quarto movimento di All for company, incorniciata da una sorta di prologo parlato, basato sulle ultime frasi di Company, e da un epilogo basato su alcuni frammenti di Mal vu mal dit. Tutto il pezzo indaga vari gradi di emissione vocale, tra il canto e il parlato, nelle tre parti che si succedono senza soluzione di continuità, disponendo i sei cantanti (due soprani, due tenori, un mezzo e un basso) intorno al pubblico per creare uno studiato gioco di echi. Nella prima parte, una voce fuori campo recita il finale di Company, mentre il coro (che inizia immerso nel buio: «La favola di qualcuno con te nel buio» recita il testo) crea un contesto sospeso, con dei rantoli gravi, a bocca chiusa, degli effetti sibilanti o percussivi (tenendo consonanti come la «s», o ribattendo «k» e «p»), soffi leggermente intonati (come un fischio). La seconda parte (Veloce e deciso), versione a sei voci di What is the Word, trasforma il balbettio insistente del testo, la sua isofonia ossessiva, in una trama fitta e frenetica, che parte da figure in fortissimo, parlate e gridate su «folly for to», con delle brevi costellazioni di vocali che amplificano alcune parole del testo (ad esempio «i» intorno a versi come «folly seeing all this»). Si aggiungono figure ritmiche e note ribattute sempre più incalzanti, frasi in falsetto, vari effetti come colpi di glottide (come tossendo), staccato di gola (come ridendo), trilli con la mano sulle labbra. La terza parte, basata su Mal vu mal dit, recitato da tre dei sei cantanti, riprende la dimensione sospesa e rarefatta della prima. È concepita come un lento spegnimento, come un ingresso nel nulla, che ricalca, nella sua struttura temporale, le due ultime pagine del finale della Nona di Mahler. Nel momento in cui tutto si dissolve, galleggiano delle parole, quasi in contrasto con l’impossibilità di dire, su una trama di suoni diradati e inarticolati (Lentamente), con il mezzosoprano che mormora «seul reste le visage», con la musica che si “spegne” («Vero buio in cui alla fine non più avere da vedere»), con pochi elementi che per un attimo si coagulano («Il tempo di aspirare questo vuoto»), per poi evaporare in un sussurro («Assaporare la felicità»).