In forma di ardore
In forma di ardore
Partitura
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Note di programma
Vedi presentazione dei quattro quartetti brevi (n. 6 – 11 – 13 – 17 -):
Durante i difficili mesi di lockdown dovuti all’emergenza Covid, mi era capitato di leggere un piccolo volume di Andrea Zanzotto nel quale erano raccolti una serie di pseudo-Haiku (come li aveva lui stesso definiti), scritti nel 1984 in un inglese “minimalista e sperimentale” (così Anna Secco e Patrick Barron, curatori del volumetto pubblicato postumo nel 2019). L’idea di comporre un’ampia serie di quartetti brevi è nata così: dall’incontro tra una situazione di silenzio e isolamento, e una sequenza di piccole finestre su diversi stati emotivi, espressi da dei “balbettii lucenti” (Zanzotto), alcuni dei quali hanno finito per assolvere il compito, nient’affatto marginale, di offrirsi come “titolo” per molte di queste composizioni.
Anche questi quattro quartetti hanno dunque a che fare con la condensazione del linguaggio e la concentrazione delle immagini di quelle poesie. Si tratta di brani tra loro molto diversi e autonomi (da non intendere come “movimenti” di un’unica composizione), ma che in comune hanno comunque un aspetto importante: il fatto di mirare a dare vita alla materia sonora attraverso un approccio diretto al suono, e però senza rinunciare ad articolarne la complessità in organismi figurali capaci di animare una sorta di brevi “vicende” musicali.
In More than a dream e Behind the clouds il lavoro sul suono porta a due diversi esiti: nel primo assistiamo all’evolversi di una sorta di movimenti all’interno di spettri sonori complessi (spesso ottenuti da suoni multipli alquanto instabili), nel secondo compare una, piuttosto rapida, “vicenda” di contatti tra diversi elementi che si aggregano e disaggregano in organismi più ampi.
Vivace (omaggio a Beethoven) richiama invece una pagina a cui da sempre sono molto legato, e che questa volta ho voluto omaggiare cercando di riattraversarne la forza e l’energia. Non ne viene ripresa nessuna nota, ma questo quartetto viene proprio dal contatto con quella sorta di dismisura, o quell’eccedersi di uno slancio, che caratterizzano il secondo movimento dell’op. 135, operandone addirittura una sorta di calco di un intero episodio, o meglio riprendendone il gesto o lo slancio sorprendente: il “deve” che lo precede, quasi a volere condividere con esso il “salto” nella nascita del nuovo.
In Residui di cielo, infine, il lavoro all’interno del suono da una parte ha implicato l’introduzione di un controllo molto preciso della tecnica strumentale – definendo per esempio con precisione la posizione e il movimento dell’arco, e vari modi di premere o sfiorare le corde -, dall’altra ha comportato l’esplorazione di diverse logiche costruttive (andamenti “a finestre”, per accumulazione o moltiplicazione di elementi – come direbbe Sciarrino -, ma anche principi organizzativi che richiamano procedimenti quasi classici), alimentate comunque da una serie di processi paralleli di trasformazione riguardanti diversi aspetti del suono. Anche qui l’intento è stato quello di dare vita alla materia sonora, portandola a quella sorta di “voler dire” desideroso di incontrare l’ascolto, a quel suo “darsi”, che diciamo musicale.
Paolo Perezzani © 2025
