Es muss sein (omaggio a Beethoven)
Es muss sein (omaggio a Beethoven)
Titolo
Organico
Per ensemble
Organico: flauto, oboe, clarinetto (clarinetto basso), fagotto, 2 percussionisti, arpa, violino, violoncello
Audio
Ensemble Icarus vs Muzak, direttore: Mimma Campanale
(registrazione dal vivo)
Note di programma
Milan Kundera, nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, racconta che “Era andata così, un certo signor Dembscher doveva restituire a Beethoven cinquanta fiorini e il compositore, eternamente senza soldi, glielo ricordò. “Muss es sein?” sospirò tristemente il signor Dembscher e Beethoven rise forte: “Es muss sein!” poi annotò subito queste parole nel suo taccuino e su quel motivo realistico scrisse una piccola composizione per quattro voci (…)”.
Pur tralasciando di approfondire qui una vicenda già ampiamente conosciuta, rimane il fatto che, oltre ad avere dato origine al piccolo motivo che apre il Canone Wo0 196, questo motto (“Deve essere? Deve essere!”) viene posto da Beethoven in epigrafe al quarto movimento del suo ultimo quartetto (scritto negli stessi giorni, appena sei mesi prima di morire), e che da questa domanda e risposta prenderanno vita i due motivi (in realtà lo stesso motivo in forma originale e nella sua forma rovesciata) che animeranno la sua energia, il suo impeto. In quelle parole Beethoven deve insomma avere colto qualcosa di essenziale e d’importante che anche a me, sin dal primo incontro con esse, era parso di percepire: qualcosa che ha a che fare con il senso profondo dell’operare artistico, di quel fare-agire che può portare all’accadere di ciò che altrimenti non potrebbe arrivare a manifestarsi.
Che uno slancio, una spinta, possa giungere a mostrarsi con la forza di un “deve essere”, per una sorta di sua necessità immanente, e che un tale eccedersi del pensiero potesse essere racchiusa in così poche e semplici parole, mi aveva infatti portato, diversi anni fa, a trascriverle subito su uno dei miei quaderni di appunti, per poterle un giorno introdurre addirittura a far parte, come titolo, di una nuova composizione: un titolo nel quale intravvedevo una sorta di perfetta descrizione di ciò verso cui il senso stesso del mio fare era proiettato, o da cui era attratto.
Mi sono deciso a farlo in questa occasione non solo per la ragione, di per sé poco significativa, che la richiesta di scrivere questo brano è venuta proprio nell’anno beethoveniano (il duecentocinquantesimo dalla nascita), e neanche solo perché mi era capitato, negli stessi mesi, di avvicinarmi ancora una volta al Quartetto op. 135 – e sino al punto di trarre da esso, soprattutto dal secondo movimento, un altro dei miei brevi quartetti (un altro “Omaggio a Beethoven”).
È stato invece decisivo l’incontro con un testo, la sorpresa di ritrovare nella nuova edizione italiana di uno dei più importanti libri di Jean-Luc Nancy (Essere singolare plurale), un richiamo a questo es muss sein: alla fine di un capitolo dedicato alla “Sorpresa dell’evento”, il filosofo francese, recentemente scomparso, affida infatti a questa piccola annotazione beethoveniana addirittura il compito di sintetizzare il senso stesso, per usare le sue parole, della creazione come “aver-luogo di qualche cosa”. Quando accade qualche cosa, scrive a un certo punto Nancy, questo è un “deve”: “(...) la risposta determinata del pensiero all’incertezza (esitazione) dell’essere dove esso è sorpreso: muss es sein?”.
Cosa ci serve allora per “far nascere”, per fare accadere qualcosa che ancora non c’è, cosa può spingere qualcosa sino al punto di trovare quella “necessità immanente”di manifestarsi, di prendere forma e così di esporsi, aprendosi a quella relazione che diciamo di “ascolto”? Proprio in riferimento a questi interrogativi così fondamentali, credo che l’incontro con Beethoven sia ancora in grado di offrirci un’esperienza decisiva: quella del contatto con una sorta di dismisura, o con l’eccedersi di uno slancio, la cui energia pare essa stessa capace di imprimere il salto qualitativo del “primo respiro”, o, ricorda Nancy riprendendo Hegel, il “tremore” che attraversa e divide in utero la sostanza materna.
È allora in risonanza proprio con quello slancio, o quel “tremore”, che questa composizione vorrebbe rendere omaggio a Beethoven: mirando così anch’essa a offrirsi a quella sola modalità d’incontro – quella che ci offre l’ascolto – che le potrà permettere ogni volta di farsi evento, di accadere come musica.
In questo Omaggio non vi è in realtà niente di riconoscibile come “beethoveniano”, non vi risuona nessuna nota del; eppure una parte di questa breve composizione ne ricalca pressoché esattamente un intero episodio, o meglio il gesto o lo slancio sorprendente, il “deve” che lo precede, quasi a volere condividere con esso il “salto” nella nascita del nuovo.
Il senso di questo Omaggio è tutto qui: nel riconoscere in una eredità, in qualcosa che viene dal passato, la presenza ancora attiva, la sopra-vivenza di una spinta ancora capace di aprire ad altri salti, indirizzata all’a-venire di altre nascite.
Paolo Perezzani © 2021
Altro
Altre esecuzioni:
- 14 ottobre 2022 Guanajuato (Messico) Festival Cervantino. Interpreti: Ensemble Icarus vs Muzak,
- 13 Aprile 2022 Mantova, Auditorium del Conservatorio
