Nascita, esposizione
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Note di programma
In diversi miei lavori, soprattutto in quelli più recenti, è forse possibile riconoscere qualche traccia di un modo di vivere l’esperienza compositiva che è andato sviluppandosi sempre più in relazione ad una parallela riflessione sul processo compositivo stesso, sia attinente alle diverse fasi in cui si articola, sia per ciò che concerne il necessario rapporto di “ascolto” che esso non può non mantenere con altri ambiti artistici e altri modi di manifestarsi del pensiero.
Il “costruire”, o “dare vita”, o “creare” musica – ma si tratta, appunto, di tentare di distinguere questi tre modi di concepire e di indirizzare il lavoro compositivo (benché certamente tra loro intrecciati) – può essere pensato secondo diversi paradigmi in grado di incidere sulle modalità e il senso stesso del fare compositivo.
Al di là di una visione puramente combinatoria o architettonica del comporre musica (inadeguata o insufficiente anche solo a lambire la questione del rapporto tra immaginazione e lavoro compositivo) credo che comunque, se pensato solo in relazione al “costruire” (inteso come composizione-assemblaggio di elementi), il creare musica non potrebbe evitare di ridursi ad un paradigma (“costruttivo”, appunto) volto essenzialmente ad introdurre ordine e organizzazione nella materia (sonora) secondo diverse modalità, in base a diversi principi costruttivi, e in vista di un fine, quello “immaginato” o “previsto” (“pre-sentito”?) in fase progettuale: dal “caos” all’ordine, dunque, e con l’eventualità di esporsi al rischio – non per forza, ma la possibilità va segnalata – di “ingegnerizzare” la costruzione, arrivando cioè a definire rigidi schemi operativi rispondenti al raggiungimento di tali fini.
Da questo punto di vista, a partire da alcune composizioni di qualche anno fa, il mio lavoro aveva iniziato ad introdurre delle modalità costruttive volte piuttosto a dare “vita” alla materia sonora, introducendo qualcosa come dei flussi di energia e di “materia” in grado di generare anche una sorta di processi di tipo autogenerativo (o in qualche modo mimandoli o stilizzandoli) derivati dall’intervento, da essi provocato, di diversi tipi di rottura della simmetria e dell’equilibrio. Si tratterebbe dunque, in questo caso, di un agire secondo una idea del “costruire” già meno a rischio di insterilirsi in qualche forma di riduzionismo meccanicistico e piuttosto disposta a relazionarsi con alcuni aspetti del mutamento in atto da tempo nello stesso ambito scientifico, orientato a non pensarsi più in termini rigidamente deterministici ma piuttosto intento a trattare del “caos deterministico” o a studiare gli schemi organizzativi dei “sistemi complessi” per indagarne anche, appunto, le potenzialità generative di ordine e di forme.
Ma – si potrebbe sintetizzare così la questione con cui ha a che fare questo mio nuovo lavoro -, sarebbe possibile scostarsi dallo stesso assunto “costruttivo” (comunque legato ad una logica dei fini e dei mezzi), e intravvedere un’altra visione del comporre – dunque, in una qualche misura ancora un… “costruire”, ma forse in un senso già più debole (o già in vista del proprio superamento) -, un comporre inteso come un “far sì che…” , un “predisporre” le premesse o le condizioni affinché qualcosa – o, meglio, l’accadere dell’evento del suo manifestarsi – possa darsi all’ascolto?
Posta in questi termini la domanda parrebbe già in grado di indicare almeno un primo presupposto per rendere quella possibilità se non immediatamente accessibile, almeno indagabile, e proprio nell’introdurre il fatto di non stabilire a priori un termine, un punto di arrivo, a ciò che invece si caratterizzerebbe essenzialmente come una spinta o uno slancio verso l’esporsi, un aprirsi, all’esperienza dell’ascolto.
Mentre all’interno di un paradigma strutturale o costruttivo il punto di arrivo sarebbe comunque già pre-visto e pro-gettato in una qualche forma di ordine o di organizzazione (fosse pure quella di una forma “vivente”), qui si tratterebbe piuttosto di un procedere anche per assemblaggi labili, simultaneità non coordinate, profusione di forme, tensioni e slanci, andando così al di là della “costruzione” per sfiorare aspetti di un paradigma che, riprendendo una definizione proposta da Jean-Luc Nancy, potremmo allora chiamare “struzionale”. Esposti come siamo in uno spazio-tempo non omogeneo, unitario o universale, “presi, intrecciati, assorbiti e rigettati dall’accumulazione vertiginosa di pezzi, parti, zone, frammenti, appezzamenti, particelle, elementi, lineamenti, germi, nuclei, clusters, punti, scansioni, nodi, arborescenze, proiezioni, proliferazioni, dispersioni”(J.L.Nancy), al filosofo francese pare appunto questo il paradigma che subentra a seguito del superarsi in sé stesso di quello costruttivo, quando il senso – in generale, e ancor più marcatamente nel contesto di quella “mutazione” che caratterizzerebbe il nostro tempo – non si lascia più costruire né “istruire”.
In che misura il “laboratorio compositivo” possa qui trovare motivi per ripensarsi – sia in termini di ridefinizione delle proprie finalità, sia dal punto di vista del rinnovamento e ripensamento del processo compositivo stesso – è quanto questa nuova composizione vorrebbe dunque incominciare ad indagare. Muovendo da una considerazione che è anche un auspicio: perché, come dice Nancy, là dove il concatenamento dei “pezzi” o degli elementi non rinvia a una costruzione prima o finale, tende allora a rimandare a “una specie di creazione continua dove si rinnova e si rilancia senza posa la possibilità stessa del mondo – o meglio della molteplicità dei mondi” (J.L. Nancy).
Il carattere di insorgenza temporale della creazione, di evento costantemente aperto all’imprevisto e all’inaugurale, parrebbe insomma sollecitare l’assunzione di un atteggiamento compositivo innanzitutto disponibile ad una erranza volta ad aprirsi all’incontro, al contatto, con l’ascolto. In fondo si tratterebbe ancora di un “dare vita” alla materia sonora, ma considerando della “vita” non solo o non tanto la sua dimensione biologica, quanto lo slancio a ex-sistere – o il desiderio di avanzare, percorrere, attraversare … – a cui essa innanzitutto rimanda.
Più che di un progetto qui si tratterebbe allora dello schizzo di qualcosa come un “getto”: verso il gesto-segno di un “darsi” radicalmente aperto e nudo all’incontro con l’ascolto, all’entrare in risonanza, all’esperienza del contatto e del contagio con i suoni e il loro reciproco libero, o abbandonato, modo di riprendersi, rilanciarsi, cercarsi, danzare, dire.
Paolo Perezzani © 2019
